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Il Senato ha approvato il 27 giugno 2024 una legge che affida al Governo il compito di riordinare completamente il settore florovivaistico entro due anni. Non è una legge nuova vera e propria, ma una "delega legislativa": il Governo può cioè emanare decreti che trasformeranno norme sparse in un quadro organico e coerente.
Il florovivaismo comprende tutto ciò che riguarda la coltivazione di fiori, piante ornamentali, alberi da rimboschimento e vivai. È un settore che coinvolge piccoli agricoltori, grandi aziende, giardinieri e professionisti del verde urbano.
Attraverso ventidue principi e criteri direttivi, il Parlamento ha detto al Governo cosa deve affrontare: creare un vero ufficio di coordinamento presso il Ministero dell'agricoltura che monitori il settore; elaborare ogni cinque anni un piano strategico nazionale; raccogliere dati statistici annuali su cosa si produce e a quali prezzi; istituire piattaforme logistiche regionali per esportare i prodotti verso l'Europa e il mondo.
La legge insiste molto sulla qualità e sulla sostenibilità. Si spinge verso coltivazioni ecologiche, si prevede la conversione delle serre in siti che producono energia rinnovabile, si chiede la creazione di un marchio italiano che certifichi i prodotti florovivaisitici di qualità. Inoltre, si vuole valorizzare chi fa "giardinaggio" come attività agricola vera, non solo come servizio.
La formazione professionale è considerata cruciale: il Governo deve promuovere corsi negli istituti tecnici superiori (ITS Academy) e nelle università di agraria per creare esperti specializzati. Allo stesso modo, deve semplificare le regole per far aggregare i piccoli produttori, proprio come avviene in altri settori agricoli.
La legge stanzia circa 56.240 euro per il 2024 e 168.720 euro annui dal 2025 per il nuovo ufficio di coordinamento. Non è molto, ma il Governo deve fare tutto il resto senza spendere soldi pubblici ulteriori: dovrà usare risorse già disponibili.
Tra i vantaggi per il Paese: migliore competitività sui mercati internazionali grazie a marchi e certificazioni; consolidamento dei distretti florovivaisitici storici (pensiamo alla Liguria o alla zona intorno a Pistoia); occupazione qualificata grazie ai corsi di formazione; riduzione dell'inquinamento paesaggistico convertendo serre vecchie in impianti sostenibili.
Ci sono però questioni non banali. Primo: il coordinamento nazionale può funzionare solo se le regioni collaborano davvero, e in Italia la cooperazione tra livelli di governo è spesso difficile. Secondo: i dati statistici servono poco se poi il Governo non ha strumenti per incentivare le scelte giuste delle aziende.
Terzo: la sostenibilità ambientale che la legge auspica (colture a basso impatto, energie rinnovabili) ha costi significativi per gli agricoltori. Se non ci saranno contributi adeguati, il rischio è che rimangano promesse sulla carta. Quarto: l'Italia è piccola nel florovivaismo mondiale rispetto a Olanda, Spagna e persino Kenya. Una legge ordinatrice aiuta, ma non basta senza investimenti in ricerca e innovazione tecnologica.
Infine, la legge qualifica i "centri per il giardinaggio" come parte della filiera agricola, cosa giusta, ma rimane la questione del riconoscimento economico e della contrattazione: spesso chi fa verde urbano è sottopagato rispetto al valore che aggiunge al territorio.
Se implementata bene, questa legge può essere una base solida. Il fatto che preveda un piano quinquennale aggiornato periodicamente è positivo: significa che il settore non sarà abbandonato dopo l'emanazione dei decreti, ma sorvegliato. La spinta verso l'internazionalizzazione, la logistica efficiente e i marchi di qualità va nella giusta direzione.
Quello che conta ora è la volontà politica nel tradurre questi principi in decreti concreti e utili, e soprattutto nella capacità di mettere attorno a un tavolo le regioni, gli imprenditori, i lavoratori e gli ambientalisti. Il florovivaismo non è un settore secondario: riguarda il verde che respiriamo nelle città, il paesaggio, l'occupazione e la nostra immagine internazionale.